«Napoli fa paura ai campioni del calcio»

Parla Antonio Caliendo, il supermanager dei giocatori

Sergio Floccari, attaccante dell’Atalanta, è l’ultimo in ordine di tempo ad aver detto «no» al Napoli di Aurelio De Laurentiis. Avrebbe già scelto il Genoa. Piazza ambiziosa e probabilmente per lui più appetibile. Il patron azzurro ha incassato e rilanciato: «Non capisco perchè i calciatori italiani rifiutino Napoli, noi vogliamo gente che abbia amore per questa città e questa maglia. Sceglieremo altrove». Prima di Floccari c’era stato un altro «no», quello del regista dell’Udinese, Gaetano D’Agostino. E prima ancora due anni fa – un altro bomber, Rolando Bianchi, dopo un tira e molla durato oltre un mese aveva preferito la Lazio, finendo poi al Torino che oggi lotta per non retrocedere. Anche negli anni d’oro di scudetti e coppe c’erano stati rifiuti eccellenti. Il professore universitario Lucio Palombini ha provato a dare delle spiegazioni: geografiche, di condi­zione sociale della città, di organiz­zazione societaria.

Abbiamo posto il quesito al guru dei procuratori italia­ni, che pure in passato aveva prova­to a convincere – senza alcun risulta­to – alcuni suoi calciatori a giocare nel Napoli. Antonio Caliendo, l’uo­mo che ha visto crescere campioni del calibro di Roby Baggio, Dunga, Schillaci e molti altri ancora. Che an­cora ha procure importanti come quella di David Trezeguet. Caliendo è napoletano, ma per diventare «im­portante » fu costretto a lasciare la sua città. Oggi vive a Montecarlo, Napoli gli manca ma non tornereb­be mai indietro. «Resta una città provinciale – ammette – dove chi fa bene viene preso di mira e corre il rischio di fallire. Resto tifoso del Na­poli, ma so quanto è difficile fare cal­cio in questa città. A De Laurentiis va fatto un plauso: è un uomo di mondo, intelligente e di successo. Si è preso l’onere di un investimen­to importante in una città difficile. E’ stato coraggioso». Da D’Agostino a Floccari: perchè giocare nel Napoli resta un proble­ma? «Perchè non esistono regole, la cultura del volemose bene non porta da nessuna parte. De Laurentiis è so­lo in questo. Non ha una struttura societaria dove chi sbaglia paga, do­ve le leggi si rispettano. Bene ha fat­to a chiamare Roberto Donadoni, uomo del nord, serio e grande orga­nizzatore. Non basta, però. Va cam­biato qualcos’altro». Probabilmente c’è anche una questione sociale: l’immagine di una città difficile che scoraggia i calciatori e le loro fami­glie. La fotografia dell’emergenza ri­fiuti che ha fatto il giro del mondo. «Non c’è dubbio – aggiunge Calien­do – che anche questo aspetto fa la sua parte. Sapere che un giocatore giovane come Hamsik sia stato rapi­nato del Rolex mentre era in auto, mette apprensione. Dovendo fare una scelta, il calciatore bravo che ha alternative, non sceglie Napoli. Ha paura. Ricordo che provai in tutti i modi a convincere un grande cam­pione di cui avevo la procura a gio­care nel Napoli, mi disse no. Eppure erano i tempi di Maradona. Come lui tanti altri. Spero che De Laurenti­is riesca nell’inversione di tenden­za: finora ha fatto tanto per riporta­re il Napoli in serie A, serve ancora uno sforzo e la città dovrebbe aiuta­re chi come lui ha avuto il coraggio di investire. De Laurentiis è un gran­de imprenditore, conosce le regole. Forse quando è arrivato a Napoli non aveva piena consapevolezza di quanto fosse difficile gestire un’im­presa in questa città. Ho organizza­to a Napoli partite della nazionale, ho avuto problemi su tutto. Credo che anche lui adesso se ne stia ren­dendo conto e abbia deciso di parte­cipare più attivamente al progetto societario. Nel senso che, oltre ai sol­di, vivrà in prima persona le sorti del club. Mi piacerebbe incontrarlo, dargli qualche consiglio».

Il progetto Napoli è nato cinque anni fa, De Laurentiis aveva raccolto un Napoli fallito dopo la gestione Naldi, aveva ricominciato dalla serie C, due anni fa era tornato in serie A fino a qualificarsi per la coppa Uefa. Un girone di andata strepitoso, un veloce ed inesorabile declino negli ultimi quattro mesi. Il cambio sulla panchina con Donadoni al posto di Reja, gli sfoghi del patron e la voglia di ricominciare ancora una volta. Il secondo quinquennio per un proget­to ancora più importante: le basi ci sono, eppure Floccari ha detto no. «Non mi stupisco – spiega ancora Caliendo – adesso è più difficile an­cora. Perchè i risultati sono venuti meno, c’è stato uno sfaldamento ge­nerale. Un campione preferisce cre­scere dove le basi sono più collauda­te. In piazze forse meno calorose, ma più tranquille. Chi ha famiglia non ha voglia di sentirsi prigioniero dei tifosi. Le voci girano: a Napoli non sei libero neanche di andare in giro per shopping». Lavezzi ha avu­to certo questo tipo di problema, ma finora vuole restare. «Mi rendo conto – conclude Caliendo – è giova­ne, viene dall’Argentina. Da una ter­ra più o meno simile, non ha altri termini di paragone. Anzi, Napoli per ragazzi come lui è il paradiso». Non è stato così per tanti talenti na­poletani che sono diventati campio­ni in altre città: da Borriello a Palla­dino, da Di Natale a Quagliarella. Tutti desiderosi di vestire la maglia azzurra, tutti orgogliosi delle pro­prie radici. Ma poi, tornerebbero?

Corriere del Mezzogiorno

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