Caliendo si racconta: “Inter favorita”

Un’intervista in cui il procuratore svela i retroscena della sua carriera a fianco dei grandi campioni

Antonio Caliendo, 66 anni, può essere definito il vero e proprio guru dei procuratori italiani. la sua carriera nel Dicembre del ’77, quando Giancarlo Antognoni, ex centrocampista della Fiorentina e della nazionale italiana, firma quella che è molto probabilmente la prima procura generale sottoscritta da un calciatore. Da lì in poi numerosi campioni del calibro di Roberto Baggio, Salvatore Schillaci, David Trezeguet e Maicon hanno deciso di sceglierlo come loro agente. Un dato può farci capire più di tutto di chi stiamo parlando: nella finale mondiale del ’90 c’erano ben 12 suoi assistiti in campo tra Germania e Argentina.

Sig. Caliendo, quando è nata l’idea di diventare procuratore?
È stata una cosa istintiva e spontanea, avvenuta dopo un incontro con Giancarlo Antognoni nel dicembre del ‘77. Non avevo programmato nulla e mi son ritrovato a inventare un nuovo mestiere praticamente.

Da allora sono passati più di trent’anni. Com’è cambiato questo lavoro?
È cambiato moltissimo, come del resto si è modificato anche il calcio. Una volta si puntava tutto sulla fantasia e sulla tecnica, ora invece è tutto basato sul fisico. Lo stesso vale per questo mestiere: oggi è più aggressivo, più difficile in quanto c’è anche molta più concorrenza. Basti pensare che ormai ci sono quasi più procuratori che calciatori.

Quale momento ricorda in particolar modo durante questa sua lunga carriera?
La finale del ’90 per me è stato il momento più gratificante. In campo c’erano 12 miei assistiti tra Germania e Argentina. Non potevo avere soddisfazione maggiore.

Nella sua scuderia ha avuto moltissimi giocatori di fama mondiale. Chi e perchè ricorda maggiormente?
Roberto Baggio, senza alcun dubbio. Lui è stato il top e lo ha dimostrato a tutto il mondo.

Cosa ne pensa del ruolo che gli è stato appena affidato dalla federazione (presidente settore tecnico di Coverciano n.d.r)?
Credo che abbiano messo un fuoriclasse al posto giusto nel momento giusto. Nessuno meglio di lui può ricoprire questo incarico. L’ho sentito qualche giorno fa ed è davvero motivato e concentrato: darà il meglio di sé anche in questa circostanza.

Un altro tema attuale è quello dello sciopero dei calciatori, momentaneamente sospeso. Che opinione si è fatto lei a riguardo?
Sicuramente sarebbe stato un brutto episodio se fosse successo, ma bisogna tener presente che alcune regole non devono essere discusse: quella riguardante il proprio medico e quella del trasferimento. Un giocatore ha il diritto di decidere chi lo posso curare, ma soprattutto deve scegliere se trasferirsi o meno in un’altra squadra. Essere calciatore non comporta solo un grande dispendio di energie fisiche, ma anche mentali. Se non si è sereni con la testa, si ripercuote tutto sul campo di gioco. Bisogna anche eliminare un luogo comune secondo il quale tutti i giocatori sono milionari: sono pochi quelli che guadagnano cifre esorbitanti, dalla serie B in giù c’è anche chi guadagna meno di un operaio.

Lei è stato proprietario qualche anno fa di un club inglese, il QPR. Cosa ha ricavato da quella esperienza? Che cosa bisognerebbe mettere in pratica in Italia per arrivare ad eguagliare il tanto invidiato modello inglese?

È stata un’esperienza significativa, dalla quale ho ricavato molto. La situazione è totalmente diversa rispetto a qui sia dal punto di vista dell’organizzazione sia da quello della mentalità. In Italia sono tanti i problemi da risolvere e solo ora si sta provando a cercare nuove soluzioni, anche se il nocciolo della questione a mio parere rimane la privatizzazione degli stadi: tutto cambierebbe in quanto le società potrebbero difendersi meglio, adottando anche nuove misure contro la delinquenza. In Inghilterra e in Spagna succede così e la criminalità è praticamente nulla. L’altro giorno sono andato a vedere la partita di Trezeguet e sono rimasto senza parole: nessuna barriera fra le tifoserie, nessun lancio di oggetti e un grande rispetto fra le due squadre.

Quest’estate ha destato molto clamore il possibile passaggio di Maicon al Real Madrid. Come sta ora? È contento di essere rimasto a Milano?
È entusiasta di giocare ancora nell’Inter. La sua è stata una scelta ponderata, presa in seguito anche ai riconoscimenti che Moratti gli ha dato.

Come valuta questo mercato estivo?
Credo che alcuni acquisti siano stati dettati dall’esigenza di dover presentare qualcosa. C’è stata molta qualità, ma non si è lavorato sulla collettività. Son stati presi ottimi giocatori, ma non è facile amalgamare subito una squadra, ci vuole tempo e duro lavoro. L’Inter, infatti, ha aspettato anni prima di avere l’ottima ossatura che ha ora e che le consente di vincere. Ultimamente sta anche lanciano qualche giovane, credo sia questa la politica da percorrere.

Chi vince lo scudetto?
La favorita rimane l’Inter, senza dubbio.

Edoardo Jacobelli (datasport.it)

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